Per la prima volta rivolgo l’obbiettivo verso me stessa alla ricerca di qualcosa che riesca a sbloccare le mie procrastinazioni.
Quello che non trovo fuori provo a cercarlo dentro ma la domanda è sempre la stessa: “c’è nessuno in casa?”.
Mi guardo, non mi vedo, mi rifugio sulla superficie che vorrei cambiare scavando a fondo nelle pieghe delle rughe, negli sguardi lontani.
Le risposte giuste non esistono. Nell’attesa si vive nella giusta distanza che questo periodo impone nel caos generato dall’infimo virus.
Siamo tutti nel frullatore circondati da paura, dolore, confusione e messi a nudo nella nostra vulnerabilità così tanto temuta.
A volte è più difficile lasciare andare, vivere semplicemente la propria condizione di impermanenza.
Lasciare che le cose accadano, che facciano il proprio corso come fa l’acqua nel fiume.

Tracce di vita in lockdown
A Covid story
Pandemia globale, tutto da mettere in discussione: prossimità, legami, affetti, cure, assistenza, contatto, profumi, percezioni.
Nei giorni più drammatici dalla scoperta del Covid-2 indago su mio dentro e ascolto tutto quello che arriva da fuori.
"Il vetro isolante chiude fuori la terra vivente che urla.
La donna paziente aspetta mentre le radici scoperte bruciano.
Il cielo grigio attutisce la fragilità del mare.
Ascolto il respiro sospeso.
Tocco il vecchio legno che rivela l’immagine latente di un segno mutevole."

Ricercare l’identità
Self Me
Autoritratti stampati, trattati attraverso il contatto con elementi materici di vario genere e ri-fotografati.
Come un’anima in attesa sottopongo le immagini ad un processo di trasformazione attraverso l’incontro con acqua, aria, sole, ombre, silenzi e musica.
Ne seguo l’evoluzione e cerco le tracce del cambiamento.
Un esperimento su quanto sia deperibile la materia e la superficie sulla quale facciamo affidamento per riporre la nostra immagine.
Una sequenza in trasformazione ci porta a riflettere sul tempo ma anche sull’anima latente delle cose che si rivelano con sorpresa e con forza nonostante i pixel e il controllo razionale.

Maschere amiche
La giusta distanza
La giusta distanza è un’indagine a diversi livelli sull’empatia, sulla relazione tra fotografo e soggetto fotografato e sul significato psicologico della maschera (reale o invisibile), e infine sulla rivelazione di nuovi aspetti di se stessi. Il progetto, iniziato molti anni fa e poi dimenticato, è tornato prepotentemente in un momento fragile della mia vita. Come in una performance, esploro e ricopro con una pasta composta da argilla, olii essenziali e acqua, ogni centimetro del volto di amici, fino a quando la materia prende forma in una texture. Mi avvicino molto ad ognuno di loro, invado il loro spazio, faccio diverse domande: dalla percezione della materia sulla pelle a cosa significhi indossare una maschera. Passano pochi minuti e, come un’impronta digitale, la maschera si rivela attraverso macchie e fessure, lasciando emergere una nuova identità. Le variabili che emergono quando l’argilla comincia ad asciugarsi sembrano differenti per ogni persona, quasi rimandassero a tratti della loro personalità o del loro mondo interiore. Torno dietro all’obiettivo e il dialogo cambia, forse per il timore della macchina fotografica. Prima di togliere l’argilla, avviene il confronto allo specchio. I soggetti si osservano incuriositi nello scoprire un altro volto.

L’aria che respiro
Ortica blues
Perlustrazioni urbane, vicino casa, periferia est di Milano.
Osservazioni sui cambiamenti in atto in un quartiere che era negli anni 70 ancora fortemente produttivo con grandi insediamenti industriali.
Quello che rimane oggi sono ruderi abbandonati al degrado o incombenti palazzi dormitorio.
Oggi fotografi amatoriali vagano la domenica in cerca di angoli “pittoreschi” da immortalare perché l’Ortica è anche il quartiere con il più grande museo della memoria a cielo aperto.


